Quando eravamo arabi

Il viaggio che ci propone l’arabista calabrese Pietro Cutrupi, nella sua opera Poesia e cultura araba nella Sicilia medievale (Città del Sole Edizioni, 2014), è un percorso di scoperta e ri-scoperta di un orizzonte letterario e speculativo oltremodo raffinato, complesso e seducente.

La fascinazione ha inizio dall’epigrafe in copertina, a suggerire un principio di forma che, nella cultura arabo-islamica si fa sostanza: il sommo valore della parola e dell’esercizio della scrittura quale “regina delle arti”, discesa da una dimensione spirituale. In apertura, l’Autore stesso ci offre un prezioso viatico, affidando ai versi di Itaca, celebre poesia di Konstantinos Kafavis, il senso di un cammino che spegne e alimenta, insieme, la sete di conoscenza dell’altrove e il dialogo con se stessi e le proprie passioni.

Apprendiamo che il poeta è depositario di una rivelazione sovrannaturale: il termine arabo che lo definisce, sha’ir, significa infatti “colui che è dotato della capacità di sensazione”, ovvero, che è in grado di percepire ciò che agli altri è interdetto:

 

“[…] Quando vorrai dipingere la figura dei desideri, affidala all’immaginazione di un poeta […]”.

(Sull’apparizione in sogno, Ibn Ḥamdīs)

 

In virtù di questa forza sciamanica, il poeta-veggente esercita spesso un’influenza politica e sociale sulla comunità di cui è espressione e portavoce, tramutando la parola in vero e proprio “atto politico”. Sapientemente contestualizzata e storicizzata nello spazio e nel tempo, la produzione poetica e letteraria della Sicilia islamica ci viene proposta dall’Autore in un’ampia gamma di sfumature stilistiche e tematiche: dal motivo onnipresente e centrale della malinconia legata all’esilio e alla perdita della dimensione familiare, annunciato dal verso di copertina e intessuto tra le pagine – come suggerisce lo stesso Cutrupi, con un’espressione a sua volta poetica – in “frammenti di nostalgia”;

 

[…] Anelo alla mia terra, nella cui polvere si son consunte le membra e le ossa dei miei, come anela fra le tenebre al suo paese, smarrito nel deserto, un vecchio cammello sfinito. Vuote mi son rimaste le mani del primo fiore di giovinezza, ma piena ho la bocca del suo ricordo […]”.

(Ibn Ḥamdīs)

 

al sentimento erotico-amoroso declinato, al contempo, come forza creatrice e distruttrice

 

“Nella sua bocca spiccano perle chiuse nel cerchio della corniola. Acuminate lame di ciglia sono una spada fine a due tagli. Un solo bacio su quella bocca apre il sentiero della paura”.

(Sull’amore, Muḥammad bin al-Ḥassan)

 

fino al verso che, tratteggiando un’arancia come “[…] guancia d’un ramo su cui il sole ha versato l’oro […]” ce la restituisce con la stessa grazia di una pennellata impressionista.

Un patrimonio inestimabile di immagini e suggestioni, una complessità di sguardo e di pensiero che, a partire dalla Sicilia medievale, ci invita tutti a riscoprire una comune e profonda radice mediterranea.

 

"Poesia e cultura araba nella Sicilia medievale", P. Cutrupi
“Poesia e cultura araba nella Sicilia medievale”, P. Cutrupi

 

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