Recensioni

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Per andare lontano servono “Sette paia di scarpe”

Recensione di Valeria SICLARI, autirce di “Stelle binarie” (Mondoscrittura, 2015) e “La convergenza artica” (Leonida Edizioni, 2015)

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Sette paia di scarpe recensito da Lucilla ALCAMISI per “TGR Mediterraneo”, Rai 3 (puntata del 22 marzo 2015): guarda la recensione dal minuto 20,45

http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-8235f201-5b5c-4ab3-9e83-1e74f09150b6.html

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Nel Kurdistan, un sogno d’amore spezzato.

“Un’esperienza lontana nel tempo e nello spazio, in un paesaggio carico di sfumature, di voci di popoli e di storie familiari appena sussurrate, alla ricerca dell’identità femminile in bilico tra dovere e scelta”.

Gabriella RICCIARDI (Leggere tutti, n.88, luglio-agosto 2014, p. 26) I parte;

Gabriella RICCIARDI (Leggere tutti, n.88, luglio-agosto 2014, p. 27) II parte

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La straordinaria favola del Re Serpente ha il volto dell’amore e del sacrificio.

Le tradizioni popolari guidano una donna alla scoperta del nuovo: da Rai Eri, l’opera di Eliana Iorfida finalista al Premio “La Giara”.

http://www.bottegaeditoriale.it/primopiano.asp?id=171

Pamela QUINTIERI

DireFareScrivere. Mensile di cultura e scrittura (Anno 10, n. 103, luglio 2014)

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La magia di Sette paia di scarpe, presentato a Cetraro (CS)

Sette paia di scarpe è un lavoro affascinante, che avvince e tiene desta l’attenzione del lettore dall’inizio alla fine, nell’ansia di conoscere ciò che accadrà dopo, quando passerai l’indice a sfogliare la pagina successiva. E frattanto ti attardi a gustare le piacevoli sensazioni suscitate dalla pagina che hai davanti, o torni addirittura indietro, a rituffarti nel caleidoscopio d’immagini che l’autrice ha fatto  scorrere, attualizzate, davanti a te. Sette paia di scarpe è un romanzo da leggere sino all’ultimo rigo, fin nella postfazione e persino nei ringraziamenti, perché ogni frase, ogni parola e ogni sillaba contribuisce a definire il quadro un po’ fantastico e un po’ reale che Eliana dipinge, con  la magia che è propria del tocco femminile; dove luoghi, personaggi, situazioni, emozioni, sensazioni, scorrono con la nitidezza di un film a tre dimensioni e ad alta definizione. Sette paia di scarpe, è il titolo che Eliana ha preso in prestito da un’antica fiaba cui ha attinto anche il poeta Giosuè Carducci in Davanti San Guido. Ricorderete tutti la bella strofa che recita: “Sette paia di scarpe ho consumate/di tutto ferro per te ritrovare:/sette verghe di ferro ho logorate/ per appoggiarmi nel fatale andare…”. Direi che anche ciascuno di noi può riconoscere, nello stesso titolo, il proprio andare della nostra esistenza, con passo alterno, scarpe chiodate e talora anche senza scarpe, verso lidi lontani, dov’è la conoscenza del Vero che tutti inseguiamo, nel mistero affascinante e spietato della vita e della morte. […]

Tutta la vicenda si sviluppa, si snoda e si conclude, in un clima rigorosamente patriarcale che diventa matriarcale quando il patriarca non c’è più. La religione che vi domina è, naturalmente, quella islamica, dove si sente la presenza dell’Imam e del muezzin che dall’alto del minareto chiama a raccolta, cinque volte al giorno, i fedeli per pregare Allah Misericordioso. Una Siria dove, come dice l’autrice, le tensioni si tagliano col coltello, ma dove le varie comunità riescono a mantenere i contorni pacifici della reciproca convivenza. Dove, per non frazionare le proprietà, le unioni avvengono fra cugini, dando luogo a figli storpi, destinati a una vita di sofferenza. Dove il rapporto di parentela ha un limite: dove il figlio di tuo figlio è tuo figlio, ma il figlio di tua figlia è un estraneo. Dove si dorme all’aperto, su baldacchini che devono molto somigliare a certi pagliai che i nostri contadini costruiscono per dormire sul posto di lavoro. Un villaggio dove ruoli e distanze tra uomini e donne sono rigorosamente definiti. Dove la protagonista Aidha, tra mille ostacoli e difficoltà, si dedica a raccogliere sempre nuovi tasselli per ricostruire un puzzle che le interessa e la tormenta. Dove essa vuole scandagliare nei trascorsi della mamma che da quel posto è fuggita e ricucire, come dice la stessa scrittrice, “l’arazzo sfilacciato della sua famiglia”.  Un posto dove la sepoltura avviene rigorosamente su di un fianco, con la testa rivolta a La Mecca. Dove il lutto dura quattro mesi e dieci giorni.

Nessuna meraviglia, come giustamente Eliana osserva nella sua bella postfazione, per le analogie che si riscontrano negli usi e costumi del nostro Meridione che rivelano l’appartenenza a un’unica grande cultura mediterranea che è parte di lei e di noi.  “Un sud primordiale e attualissimo, -essa scrive con parole ispirate- ospitale e integralista, speziato e spietato, religioso e superstizioso, raffinato e sgargiante, opulento e affamato”. Nessuna meraviglia, se consideriamo che tutto il mondo è paese e certe situazioni evocano alla nostra mente, cerimoniali non estranei alla nostra stessa cultura. Come il lutto che in quel villaggio dura sei mesi e dieci giorni, assimilabile a quello che noi cetraresi chiamiamo “ ’u luttu strittu” che le nostre nonne usavano testimoniare col nero dell’abito portato per anni, sino all’usura, e le imposte di casa serrate per settimane. Come “u cuonzulu”, che ancora a Cetraro si porta, in certi strati della popolazione, rispettosa delle buone tradizioni, ai parenti dell’amico defunto. E’ un rito che troviamo attuale in quel villaggio siriano, quando viene servito con piatti fumanti e primizie dell’orto, allorchè muore il vecchio Abu Taleb, alla moglie Umm Taleb e ai suoi familiari. […] Anche il burqa, con il quale le donne siriane usano nascondere capelli e parte del volto, evoca il vecchio fazzoletto delle nonne che ne indossavano uno simile, quando, coprendone il viso, lasciavano liberi solamente gli occhi, giusto per non inciampare, e recavano, a notte, nei vicoli del paese o, da una casolare all’altro, un piatto caldo ai poveri del vicinato.

Un nugolo di personaggi su cui si eleva finalmente la figura di Karima Umm Bassam, unica amica della defunta madre di Aidha, depositaria dei segreti che la protagonista si appresta a sciogliere per giungere finalmente all’ambita verità. Karima, personaggio che Aidha assimila a Fatima, la sua amica fedele, lasciata in Libano, dove la protagonista e i suoi fratelli, infine torneranno vicino al padre, alla fine del conflitto israelo- libanese.

Questa, in estrema sintesi, è Sette paia di scarpe: la narrazione integrale, la soluzione dell’enigma e i dettagli v’invito a gustarli leggendo l’elegante volume in edizione cartonata, edito dalla RAI.

Luigi LEPORINI

Cetraro in Rete (www.cetraroinrete.it; 16 giugno 2014)

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http://www.el-ghibli.org/sette-paia-di-scarpe/

Raffaele TADDEO

El-Ghibli, Rivista di Letteratura della Migrazione (maggio 2014)

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Sette paia di scarpe di Eliana Iorfida: Una fiaba di dolore e di separazione

La magia del numero “sette”, al quale di recente Meri Lao ha dedicato un Dizionario maniacale (DigiSet Edizioni), si è arricchita da pochi giorni con il romanzo Sette paia di scrpe (Rai Eri, 2014, euro 13,00), opera prima della giovane scrittrice di Serra San Bruno Eliana Iorfida, con la quale si è collocata al secondo posto del prestigioso premio “La Giara”.

Le sette paia di scarpe sono quelle della fiaba Il principe serpente che Asiya, madre della protagonista Aidha, racconta al figlio più piccolo Tahir, una fiaba di dolore e di separazione, che narra di un jinn malvagio e di una fanciulla che le consuma alla ricerca del suo amore lontano: “Il tuo amore è lontano da qui […]”. Tuttavia, il motivo da cui ha inizio la vicenda narrata ha ben poco di fiabesco, perché affonda le proprie radici nelle violenze e negli orrori del ‘900 rappresentati, in questo caso, dal conflitto israelo-libanese del 2006, che spinge Imad, padre di Aidha, Tahir e Nashat, a convincere i figli ad abbandonare Beirut per riparare dai nonni nella regione della Jazeera, in Siria, della quale era originaria la moglie morta Asiya. Così il viaggio dei tre ragazzini in Siria diventa, soprattutto per Aidha, un viaggio alla ricerca delle radici materne e alla scoperta del proprio sé.

Storia e mito, tempo rettilineo e tempo circolare, convivono e si intrecciano nel romanzo, che, non a caso, comincia a Beirut e a Beirut circolarmente finisce, si apre con un aereo in fase di decollo e si conclude con un aereo in fase di atterraggio, si sviluppa nel percorso ciclico di un viaggio alla fine del quale, però, la protagonista si trova trasformata da ciò che ha scoperto sulla propria madre. Il viaggio alla ricerca dell’altro si rivela come un viaggio anche alla ricerca di sé e dell’altrove, incarnato dal remoto villaggio siriano di Umm Ar-rabiah, che, teatro della vicenda, appare più prossimo e vicino di quanto si sarebbe potuto immaginare. Dentro la struttura circolare del romanzo si stagliano alcuni motivi che ne accompagnano lo scioglimento e, primo tra tutti, un ripetersi di opposizioni duali, già a partire dall’opposizione fondamentale tra la cittadina Beirut e la rurale Umm Ar-rabiah. La stessa, è luogo di ulteriori opposizioni, non solo tra la popolazione del luogo e gli occidentali che scavano il tell, la collina che costituisce un margine nel villaggio, sulla quale si svolge un’importante campagna di scavi archeologici, ma (e innanzitutto) di un’opposizione tutta interna a quella civiltà e che rinvia al fondamentale mito di fondazione del conflitto tra le popolazioni nomadi e quelle sedentarie, tra il mondo girovago dei pastori (incarnato nel romanzo dal bedu Yussef) e da quello stanziale dei contadini, che prende figura in Taleb, fratello di Asiya. Entriamo, in questo modo, in contatto con un universo in cui ogni elemento è indistricabilmente legato all’altro e si dispone lungo una catena di dipendenze che fa recitare a ciascuno un ruolo che la storia, le relazioni di parentela e tribali, la religione, si sono incaricate di codificare. Eppure, su questo mondo, che frettolosamente si potrebbe liquidare come arcaico, lo sguardo di Eliana Iorfida non si deposita per esprimere giudizi di valore e condannare o biasimare, ma si orienta in maniera quasi simpatetica e con una partecipazione persino emotiva, soprattutto allorquando entra in campo il rapporto silenzioso e giocato sul filo delle memorie tra la figlia Aidha e la madre Asiya, autentico baricentro della narrazione. Qui è la categoria della somiglianza a instaurare una sottile dialettica tra l’essere se stessi (e quindi irriducibili all’altro) e trovarsi alle prese con un’identità che, nel medesimo tempo, si sovrappone a quella dell’altro. Il fatto è che Aidha, la figlia, nella Jazeera viene di frequente riconosciuta come Asiya, la madre morta, e che in una scena chiave Paula, un’occidentale, le dona uno scialle prezioso che alla madre era appartenuto, quasi un passaggio di testimone e la consegna di un’eredità che troverà, nell’ultimo momento di permanenza in Siria, nel piccolo aeroporto di Qamishli, la sua verità conclusiva. Aidha e i suoi fratelli, alla fine, sono dei sopravvissuti, testimoni del “mondo sommerso” che hanno conosciuto a Umm Ar-rabiah e scampati alle rovine di cui la guerra aveva disseminato Beirut: “Avevamo rimesso insieme le macerie delle nostre vite e ricominciato da capo. Ancora una volta”.

Tonino CERAVOLO

Il Quotidiano della Calabria (2 aprile 2014, p. 43) 

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La “Giara d’argento” ad Eliana Iorfida al Premio nazionale Rai per i talenti letterari. 

Un successo pienamente meritato ad un’autrice delicata e raffinata, per un romanzo sulla guerra libanese del 2006: Sette paia di scarpe

L’autrice: È il nostro cuore che fa movimenti tortuosi, strani, imprevedibili, che nutre le nostre azioni e muove tutto. E noi non possiamo che seguirlo irrefrenabilmente nel bene e nel male. Così l’angoscia, i brutti pensieri così come anche la risata e la gioia di una giornata di sole sconfinato possono determinare le nostre condotte. Ci chiediamo quindi quale sentimento, quale più intimo pensiero abbia mosso la penna di Eliana Iorfida mentre si accingeva alla stesura del suo romanzo, Sette paia di scarpe. Ma conosciamo allora un po’ meglio l’appassionata scrittrice. Eliana Iorfida è una calabrese, di intelligenza vivace, trasparente e limpida come le acque dei nostri torrenti eppure forte, determinata e impavida come le nostre ginestre in fiore. I suoi occhi sono luminosi, il suo sorriso trasmette dolcezza. La sua determinazione l’ha condotta in finale. È un’archeologa che ha studiato e lavorato all’estero confrontandosi anche con culture differenti dalla nostra. Sette paia di scarpe è difatti ispirato ad alcuni scavi dal lei effettuati nei paesi di cui il suo libro narra. I personaggi prendono spunto da gente conosciuta realmente sul posto.

Sette paia di scarpe: Il romanzo è la storia di un viaggio, suggestivo e coinvolgente. Quello che compiono tre fratelli, costretti dagli eventi, ad abbandonare Beirut, dove vivono, per raggiungere infine il villaggio di Umm Ar-rabiah, nel Curdistan siriano. Questo è difatti il paese di cui era originaria la loro mamma che purtroppo è ormai morta, e al tempo della narrazione, i ragazzi sono stati allontanati anche dal padre a causa delle prime avvisaglie dell’imminente conflitto del 2006, la guerra del Libano. I giovani intraprendono dunque un percorso a ritroso nelle proprie origini, più approfonditamente, nelle tradizioni proprie del loro popolo. Aidha, Tahir e Nashat saranno fortificati e cambiati da tutte queste novità e dalle scoperte di un mondo che, sino a quel momento, avevano trascurato. I fatti sono raccontati attraverso la voce coinvolgente della protagonista. Un “io” narrante fervido, curato, appassionato che riesce ad instillare nel lettore la scintilla dell’acuta riflessione. «Non potevo fare a meno di chiedermi cosa sarebbe accaduto in Libano nelle settimane successive alla nostra partenza. Che ne sarebbe stato della nostra città? Dei progetti con Fathima? Di nostro padre? Cosa ci aspettava giunti a destinazione? Questi interrogativi mi attanagliavano il cuore e lo stomaco ancor più delle manovre di volo, senza sapere che il peggio immaginato non era comparabile a ciò che si sarebbe verificato nella realtà da lì a poche settimane». Elegante ed equilibrato lo stile letterario si posa su ogni cosa descrivendola, animandola, cambiandola e, alla fine, donando vita nuova a tutto. E una spirale di sensazioni avvolge i sensi e la mente. «Distogliendo per un attimo i pensieri e lo sguardo dagli orizzonti nuvolosi, mi accorsi che lo stato d’animo dei miei fratelli era profondamente diverso dal mio. Entrambi erano pervasi da un’eccitazione che, ai miei occhi, appariva fuori luogo in quel mattino di giugno». Da addetti ai lavori abbiamo seguito con ansia e batticuore la finale, il nostro direttore Fulvio Mazza è stato membro della Commissione regionale che sia l’anno precedente che questo, ha scelto i testi finalisti per la Calabria, e abbiamo creduto con grande convinzione nel testo della Iorfida alla quale rinnoviamo i nostri auguri a realizzarsi pienamente nel campo della scrittura.

Pamela QUINTIERI

(www.bottegascriptamanent.it, anno VII, n. 71, luglio 2013)

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