Sciascia, Petri e Volonté: “Todo modo para buscar la voluntad divina”

A qualche settimana dall’uscita della versione restaurata di Todo Modo, film del 1976 di Elio Petri, liberamente tratto dall’omonimo romanzo di Leonardo Sciascia, mi è venuta voglia di riprendere in mano questo gioiello della nostra letteratura, che tanto mi sconvolse la prima volta, per il suo sguardo profetico e la cupezza del contesto evocato.

L’inquietante preveggenza della morte di Aldo Moro – nel film, interpretato dall’insuperabile Gian Maria Volonté – è inscenata in un luogo surreale, a tratti mefitico, quale l’albergo-eremo-prigione “Zafer”, dove politici, banchieri, imprenditori e professionisti del potere occulto che opera tra le pieghe del Bel Paese, si riuniscono in gran segreto per espiare, attraverso loyoliani “esercizi spirituali”, colpe e reati destinati all’impunità pubblica. Emblematica la scena in cui i personaggi, seguendo le indicazioni del carismatico don Gaetano, si dispongono in un coreografico quadrato e cominciano a recitare il rosario su e giù per il piazzale, finché non ci scappa il primo morto. È nell’epilogo dell’improbabile quadriglia, a partire dal quale il romanzo si tinge di giallo, che ciascuno prende coscienza di un fatto: la verità è sotto gli occhi di tutti, e tutti sono suscettibili delle conseguenze che essa comporta.

 

“Quell’andare su e giù nello spiazzale quasi buio, non come in un quieto passeggio ma a passo svelto, appunto come chi ha paura del buio e si affretta a raggiungere la zona di luce […]; quelle loro voci che si levavano nel Padrenostro, nell’Avemaria, nel Gloria con un che di atterrito e di isterico; la voce di don Gaetano, che succedeva alle loro, distante e fredda: e da quella voce espressioni come ‘misterioso messaggio’, ‘mistero della salvezza, antico serpente, spada che trafiggerà l’anima si intridevano di un senso tutto fisico, non più metafore ma eventi che stavano realizzandosi in quel posto al confine del mondo, al confine dell’inferno, che era l’hotel di Zafer”.

 

Feroce e lampante critica della Chiesa e della Democrazia Cristiana, Todo Modo fu l’ultimo film della sublime coppia Petri-Volonté, costato a entrambi l’isolamento artistico. Nel 1979 Petri disse dell’opera:

 

“Forzai la mano di Sciascia anche nel tono, e mi sembrò così, non soltanto di seguire una sua indicazione, ma di evocare quel clima di farsa nerissima che si respirava e si continua tuttora a respirare in Italia”.

 

Dal canto suo, Sciascia consacrò la trasposizione di Petri:

 

“Ha una cupezza biblica-cattolica. È l’apocalisse della DC perché, per dirlo in termini religiosi, la DC ha peccato contro lo spirito. In fondo, Todo Modo è un film pasoliniano, nel senso che quel processo che Pasolini voleva fare e non poté fare alla classe dirigente DC, lo ha fatto oggi Petri”.

 

All’epoca, dalla critica si levò una voce unanime e compatta nell’etichettare il film come eccessivo, violento, sommario, ambizioso e volgare. L’interpretazione di Volonté fu considerata esagerata, sopra le righe.

 

“Se si continuava a star qui – disse Scalambri – sarebbe finita come in quel romanzo di Agatha Christie: tutti ammazzati, uno appresso all’altro. E avremmo dovuto resuscitarne uno, per trovare il colpevole. – Non si troverà, il colpevole: non si troverà mai – disse malinconicamente il commissario”.

 

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“Todo Modo”, L. Sciascia

 

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