Sham Sham

Prendere il taxi in Medio Oriente è un’esperienza surreale, un’avventura tragicomica da provare almeno una volta nella vita: gli autisti scandiscono a gran voce la località d’arrivo e poi via, a tutto gas nella mischia infernale del traffico più indisciplinato dell’universo. Penserete di morire, di non giungere mai a destinazione, invece non solo sopravviverete, ma arriverete puntuali e avrete appreso molte più cose sugli usi e la vita quotidiana del posto di quante ne riporti la guida “del bravo turista”.

Ad esempio, i tassisti che vanno a Damasco urlano a ripetizione ” ‘a Sham ‘a Sham!”, perché questo è il nome arabo della capitale siriana – che a un pugliese potrebbe pure suonare familiare, qualcosa del tipo “sciamanin!” – derivante dal termine “shamal”, che significa “nord” o “sinistra”, ed è il toponimo che indica l’intera provincia.

Potete quindi immaginare la girandola di emozioni che mi ha suscitato leggere questa espressione colloquiale, evocativa di “normalità”, come titolo della bella pubblicazione di Giuseppe Alizzi sulla Siria. Non l’ennesimo saggio su Dāʿish, il terrorismo e le torture del regime – senza nulla togliere al valore di cronaca e approfondimento che alcuni (molto ben selezionati) contributi apportano alla “causa siriana” – ma una sorta di particolarissimo reportage, una photostory con riflessioni a margine di una 24h tra Damasco e Aleppo nel 2010, che prende per mano un passante (il lettore) e lo accompagna in una passeggiata talmente naturale da sembrare, oggi, un controsenso.

“Bandisco la cancellatura delle possibilità espressive e mi affido solo all’ingrandimento per mostrare quello che non c’è o potrebbe non esserci più in tutta la sua normalità: un braccio è un braccio, una scarpa una scarpa, una bottega una bottega, un cielo un cielo. Anche in Siria”.

Sì, è esattamente questo che compie Alizzi nella cronaca degli scatti ingranditi fino a sgranarli e farli sembrare “sbagliati” perché liberi dalla sovrastruttura estetica, apparentemente distratti, così come i testi che sembrano note e invece sono echi di  vita lontana. Non a caso il sottotitolo è “Persone cose e luoghi siriani”, come a dire: la vita giornaliera di ciascun uomo sulla Terra.

Personalmente non posso che ringraziare l’Autore per avermi riportata indietro di sei anni, tra i vicoli di Bab Tuma…vicino alla casa con l’albero di mandarino…

“Cammino a fianco della chiesa cristiana di Santa Maria e poi seguo la strada fino al parcheggio spontaneo che occupa un piccolo slargo; quindi prendo il vicolo sulla destra che curva lievemente e, appena sento l’odore del burro dei cornetti, giro ancora a destra. La chiave della porta è sempre sotto un vaso. Entro e trovo il cortile di casa”.

 

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